lunes, 27 de julio de 2026

De un diario

 Ulises volvió todo el tiempo a las clases de este año de Siglo XX. Partimos de Auerbach, de la tensión entre Ulises e Isaac, de las dos formas de supervivencia que allí se configura, y llegamos al Ulises desastroso de Homero, que perece en la tormenta y que sigue naufragando en las páginas más memorables de Si esto es un hombre, que es también un canto, tal vez un poco ingenuo, a la condición mediterránea.

El sábado le compramos a Nica su primera Odisea para niños en la feria del libro infantil, al lado de la Facultad de Derecho.
No teníamos idea de que se estaba estrenando la película de Nolan sobre el poema homérico. No la vi y no sé si la veré porque me da una enorme fiaca meterme en una sala y porque en general huyo de las adaptaciones.
De Nolan no pude ver Oppenheimer porque me perdía en el relato y, para mí gusto, había demasiada información y demasiado estímulo.
Por otro lado mi Grecia, que no es un país sino una zona de la existencia, tiene más que ver con la pobreza pasoliniana y con los vuelos de Hölderlin que con otro cosa, y prefiero preservarla.
Me recuerdo, a los 18, leyendo en voz alta los versos de El archipiélago en la cuesta de nuestra casa en las sierras, con el cielo que amenazaba una tormenta terrible.
Mi padre me contó varias veces que recordaba mucho el episodio de Polifemo que había visto en una película cuando todavía vivía en Italia, en los años 50. Su familia le alquilaba un espacio abierto, no sé si un hueco que había quedado de la guerra, que estaba justo frente a su casa, en un pueblo de las montañas de Sicilia Justamente Sicilia era la tierra monstruosa de los cíclopes, que vivían en las cuevas con su economía rudimentaria y arcaica hasta que fueron perturbados por la astucia y por la voluntad de supervivencia.
Sorrento, la tierra de mis ancestros maternos, es según algunas tradiciones el país de las sirenas. Uno de los grandes templos dedicados esos seres del canto estaba en las costas de Sorrento ya desde la época de la fundación de la ciudad por los griegos.
Ayer estuvimos todo el día con Nica y con mi madre, su abuela, de 89 años. Mi madre recordó en un momento, bajo el sol del jardín, que el día parecía de otoño y que se cumplía un aniversario de la muerte de Eva Perón, que ella llegó a ver en algunos actos en un estado casi terminal. Se acordó también de que era el día de Santa Ana, patrona de los pescadores de Sorrento. La pequeña iglesia blanca que da al mar está, según se cree, cerca de donde se rendía el antiguo culto marítimo a las sirenas.
Hoy a la mañana, muy temprano, a las 7 de la mañana, jugamos a los cíclopes y a las sirenas con Nica.



sábado, 30 de mayo de 2026

Il pozzo e la piramide da Diego Bentivegna | Mag 22, 2026

 

Il pozzo e la piramide

da | Mag 22, 2026, e Nuovi Argomenti.


Vedo la mia scrittura poetica come resto di esperienze (un pozzo), che in un certo modo sono condensate in una forma (una piramide, ma in legno, provvisoria, senza le sue massicce connotazioni e le sue pretese all’eternità). Si tratta di esperienze che la scrittura mette in relazione e che sono in rapporto al viaggio come matrice esistenziale e ontologica (nel senso di forme di costruzione della soggettività), ma anche come matrice della scrittura.

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La prima sezione, che porta lo stesso titolo del libro (El pozo e la pirámide, Buenos Aires, Audisea, 2022), può essere letta come una traccia, un residuo, di un viaggio nella provincia di La Pampa, nell’Argentina centrale.  Come indica il nome, la provincia (una categoria che non coincide con il “province” italiano, ma con ciò che in Italia si chiamerebbe “regione”) fa parte del paesaggio con cui l’Argentina è tradizionalmente legata: quello delle vaste pianure (le pampe come territorio, con minuscolo). È “il deserto / incommensurabile, aperto / e misterioso…” con cui si apre il poema La Cautiva del romantico Esteban Echeverría, del 1837, agli inizi della letteratura argentina.

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In quella zona, fino alla cosiddetta “conquista del deserto” – una serie di campagne militari intraprese dallo stato argentino dal 1878 in poi – vivevano diversi popoli indigeni; uno dei principali, quello dei ranqueles (i rankülche, cioè, in lingua mapuche, il “popolo dei campi di canna”), aveva il suo centro a nord di La Pampa, in una frazione chiamata Leuvucó, quasi al confine con la provincia di San Luis e vicino all’attuale cittadina di Victorica, dove si possono ancora vedere i resti di un forte dell’esercito argentino risalente alle campagne contro i popoli indigeni.

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Cerco Leuvucó su Google Maps; la ricerca non mi dà i risultati attesi. Google mi indirizza a un luogo con lo stesso nome, anch’esso nella regione delle pampe, ma nella provincia di Buenos Aires, non lontano dalla laguna di Epecuén, uno dei centri di vita dei popoli indigeni fino all’ Ottocento e dove la concentrazione di sale, si dice, è quasi alta quanto quella del Mar Morto. Il posto ha qualcosa di fantasmagorico. Di fuggente.

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Leuvucó. In mapuche, al cui universo linguistico appartiene la lingua ranquel, ḻewfü significa ‘fiume’ e ko, ‘acqua’. Sono radici molto comuni nella toponomastica delle pampe e della Patagonia, sia in Cile, sia in Argentina: Futalaufquen, Cutral-Co, Realicó, Pichi-Picún-Leufú.

La persistenza del liquido nel nome – che è impercettibile, velato per i parlanti (come me) di spagnolo ma che, tuttavia, sussiste – mostra che il luogo era percepito nel XIX secolo come una sorta di oasi rigenerativa per i viaggi rigorosi attraverso la pianura. Forse queste suggestioni topografiche – quelle lingue che sembrano sommerse in un passato irrecuperabile e che, tuttavia, persistono – hanno un impatto in qualche modo sul tipo di esplorazione poetica proposta da El pozo y la pirámide.

 

Ora in mezzo a un campo

si alza una piramide in legno.

La cerchiamo.

È il monolito

che custodisce i resti di Mariano.

Per trovare il posto esatto

dove innalzare il monumento, due donne,

una signora anziana e sua figlia,

discendenti nella linea diretta del cacicco,

hanno percorso Leuvucó, nella campagna dove un tempo

furono eretti le tende dei ranqueles,

abitazioni come grandi animali,

armati con la pelle delle vacche

e con i tendini delle giumente.

 

(…)

“Scusate,” ci dice Diego,

che vive a Victorica,

che è figlio di siro-libanesi

e che ci porta nel suo camion al monolito –

“ma certo

è più piccola di quanto immaginassero.”

Tutto è un segno. Ogni cosa,

come nel mito,

è un gomitolo di sensi.

I segni alzano torri,

alzano città, alzano monumenti.

La piramide, il poema silenzioso,

è, forse, il segno dei segni.

La semiologia

può quindi essere compresa

come una scienza generale delle piramidi.

 

*

Lì, a Leuvucó, si trova oggi la tomba di Mariano Rosas, il lonko (termine usato dai mapuche e dai tehuelche per indicare quello che in spagnolo si traduce come cacique) di grande importanza nella storia dei ranqueles, che governò il destino di quel popolo fino alla sua morte, nel 1877, poco prima della conquista definitiva delle sue terre da parte dello stato nazionale.

 

Ora

i resti di Mariano sono custoditi

sulla pianura

in un tabernacolo quadrangolare di legno.

Il pozzo è il vuoto,

il pozzo è il mondo,

il pozzo è il buco del senso.

 

*

Durante le campagne militari iniziate nel 1878, i resti di Mariano Rosas furono trasferiti al Museo de La Plata, come parte di quello che poi si è chiamato “patrimonio biologico della nazione”. Fu il destino condiviso da molti dei cadaveri dei membri dei popoli indigeni delle aree delle Pampas e della Patagonia. Fu solo nel 2001, l´anno della grande crisi economica e politica argentina, che i resti di Mariano Rosas furono rimpatriati e trasferiti nelle loro terre ancestrali, a Leuvucó.

*

La tomba di Mariano Rosas è una piccola piramide, con una serie di incisioni che riprendono elementi della concezione ranquel del mondo, che condivide elementi con i mapuche e con altri popoli del sud del continente.

Sono passati diversi anni dal viaggio a La Pampa. Durante questo periodo, ho cambiato computer un paio di volte, con la conseguente perdita rituale di gran parte dei file che conservavo su di essi.  La foto che includo è una delle poche che rimane di quelle che abbiamo scattato durante il viaggio.

Una delle grandi opere della letteratura del XIX secolo è proprio Una excursión a los indios ranqueles, scritta da Lucio Mansilla quando l’incorporazione forzata definitiva di quei territori nello stato argentino non era ancora avvenuta. Lì, Mansilla, alla ricerca di un parlamento, come rappresentante dello Stato argentino con Mariano Rosas, immagina una possibilità di integrazione dei popoli indigeni, che contrasta con la virulenza nei loro confronti espressa in altre grandi opere della letteratura argentina del XIX secolo.

*

La terza sezione, “Hechos del Mascardi”, è il resto di un viaggio nell’area di Bariloche, in Patagonia, più a sud di La Pampa ma legata storica e culturalmente ad essa. Il paesaggio, però, muta radicalmente. Adesso, lo scenario del libro non è più la pianura arida e scarsamente popolata sull’orlo della desertificazione. È, invece, quello della catena montuosa patagonica, con le sue cime, i suoi laghi, le sue foreste secolari, i suoi misteriosi ghiacciai: un paesaggio sacro per i popoli che lo abitano. Non solo per gli indigeni. Anche per i criolli e per gli immigranti ed esuli europei (molti de la Mitteleuropa) e i loro figli che lì vivono.

 

RESTI DI UN’ELEGIA

 

Chi potrà sentirci, hai chiesto.

Sul ciglio della strada

il lago appena si muoveva

con una brezza soave

che per la regione, e a novembre,

era piuttosto benevola.

Ora entro il coro degli angeli.

A pochi chilometri di distanza si trovavano

quelle cose tremende: l’aria

trasparente,

la luce piena delle colline.

 

 

RESTI DI UN’ALTRA ELEGIA

 

Oltre, nelle profondità

dove vivono quelle più antiche, una delle pene

si è presa cura del ragazzo. Gli disse: “Guarda,

noi, molto tempo fa,

eravamo una sola famiglia,

facevamo parte di una stirpe molto ampia.

I nostri genitori

scavarono le miniere nella montagna grande,

attraversavano le colline di tanto in tanto, vedevano

da vicino i ghiacciai,

quei posti

dove tu e i tuoi amici

a volte trovano pietrificata collera

di un vulcano estinto,

piccole pietre

lavorate dagli antichi, selce,

punte di freccia,

grattugie, una pietra molto affilata,

un sasso piccolo.

Si imbattono con quei resti dei vecchi.”

 

In quel viaggio, che nella memoria si incrocia con i precedenti viaggi collettivi – viaggi intrapresi al confine tra adolescenza e giovinezza (un momento di letture intense e prime prove con la parola poetica) – abbiamo assistito a un episodio traumatico nelle rivendicazioni della popolazione indigena della zona, principalmente mapuche, in cui un giovane manifestante di quel popolo, Rafael Nahuel, fu morto per mano delle forze repressive della prefettura.

*

La sezione tra le precedenti, “Cartas K. y otros extractos”, ha un tono e una velocità molto diversi. È soprattutto un’opera tra archivio e scrittura poetica: un’opera di estrazione e “ricollocazione” delle lettere del missionario gesuita Nicoló Mascardi.

*

Mascardi nacque in Piemonte nel 1624 e trascorse gran parte della sua vita in Sud America, quando la Compagnia di Gesù era in piena espansione missionaria, culturale ed economica nei domini allora di Spagna e Portogallo.

Durante la sua lunga vita nelle regioni meridionali dell’America, il sacerdote piemontese effettuò osservazioni astronomiche, oceanografiche, vulcaniche e antropologiche, che inviò periodicamente al quartier generale dei gesuiti a Roma e, soprattutto, a un personaggio poliedrico, il tedesco Athanasius Kircher (nel libro, il sig. K.), considerato uno degli studiosi più rilevanti (e fantasiosi) della Compagnia.

In quegli anni, Kircher insegnava al Collegio Romano, dove aveva dato forma a una famosa Wunderkammer. Mascardi faceva parte della rete di informanti gesuiti di Kircher sparsi in tutto il mondo, che inviavano i loro dati a Roma e contribuirono a trasformare la città papale in uno dei centri di conoscenza dell’epoca barocca.

 

I poya sono un popolo totalmente sconosciuto,

antropofagi di genio feroce…

Lettera a K

*

Si usa una lingua di segni,

comune a tutti gli abitanti naturali del Regno

Lettera a K

*

Atanasio,

in questo luogo di barbari

mi sento in povertà

di strumenti di precisione,

nella regione dei poya,

oltre le Ande di Chiloé.

Lettera a K

 

*

Scrivere poesia forse significa mettersi al posto di uno, o di più, morti. È assumere, per un momento, quella posizione mortuaria. Parlare, paradossalmente, direbbe Blanchot, da quella posizione.

Mascardi fu ucciso nel 1673 durante il suo lavoro come missionario tra i popoli dell’area della cordigliera patagonica che oggi fa parte dell’Argentina. Una delle vetrate disegnate da Enrique Thomas per la cattedrale di Bariloche commemora il suo martirio.

Sintomaticamente, uno dei laghi più belli della regione, vicino alla città di Bariloche, fu chiamato così in onore del gesuita piemontese: il lago che abbiamo visitato durante il nostro viaggio il giorno in cui, nelle sue rive, Rafael Nahuel fu assassinato.

In diversi modi, quella seconda sezione è una sezione di passaggio: come abbiamo detto, tra l’esperienza delle pampe e quella patagonica; tra la scrittura in versi e la prosa originale di Mascardi, che conosco solo grazie alla mediazione di un suo studioso del ventesimo secolo, Guillermo Furlong, anche lui membro della Compagnia di Gesù; tra l’Europa cristiana e colonialista e il mondo americano; tra le lingue latine e le lingue indigene; tra oralità e scrittura; tra il secolo in cui viviamo e il settecento, il secolo barocco che uno dei grandi poeti e pensatori contemporanei, il cubano José Lezama Lima, colloca in un ruolo costitutivo per ciò che intendiamo come America Latina.

*

Il pozzo è magari anche il pozzo di Babele, a cui Kafka si riferisce enigmaticamente nel suo diario in una voce del 1920. Non è la turris Babel a cui Atanasio Kircher dedica uno dei suoi studi più noti (del 1679), ma il luogo dei detriti e, ancora una volta, del rifiuto e della restanza.

In un saggio su René Char, Blanchot scrive che la poesia non è mai del tutto presente. La poesia crea il vuoto; apre una pausa, una crepa. La pianura sterminata, la “vertige horizontal” di cui parlò Drieu La Rochelle a Borges in una lontana sera degli anni trenta ai confini urbani di Buenos Aires, non è soltanto quel luogo noioso agli occhi europei, sempre uguale a se stesso. È il posto dove uno si annoia e, in questa noia, si guarda. È una Stimmung, un´affezione, un poco come quella a cui allude Heidegger quando parla di una persona che si trova in una stazione ferroviaria, in attesa del treno che solo arriverà tra qualche ora.

In un certo senso, quella situazione di pianura è un analogo della poesia. Nella poesia che mi interessa, lei si distanzia da se stessa. Si torna rara. Diventa straniera.

 

Olivos, maggio 2026

domingo, 26 de abril de 2026

Daniel Link, La clausura de febrero y otros poemas (poesía, 2026)

AYer  bajamos por Paraná derecho y fuimos de nuevo a la costa al humedal, a la reserva, a la nostalgia del verano. Y nos llevamos el libro de poema de Daniel, que se acaba de publicar en estos días.

Acá pongo la foto de las páginas de un poema de Daniel que me encanta, "Villaguay", con los ecos de los ríos que desembocan, de una manera u otra manera, en el agua del estuario, del río mar del que nunca podemos del todo separarnos.
Recuerdo, le decía en un mensaje a Daniel, el momento en que salió la primera edición del libro, publicado por Belleza y Felicidad. Era el 2000. Era la Casa de la Poesía, la antigua casa de Carriego, sobre la calle Honduras, a la que esa época íbamos todo el tiempo. Era la voz de Cucurto mientras lo presentaba.
En el textito que abre el libro, Daniel ubica la poesía en un lugar que dialoga con la muerte. Ahí dice algo muy lindo: dice que las muertes "son sucesivas y microscópicas". Por eso, creo, no hay nada de fúnebre en ese lugar, porque la muerte no es más que ese punto en el que la vida toma distancia de sí misma. Donde se vuelve relativa, precaria, abierta a la voces que no están.
El libro tiene unas notas al pie en las que Daniel va ensartando momentos de sus vidas, así, en plural: del tiempo en que fue escribiendo los poemas que integran las diferentes secciones. Son notas que van armando una biografía fragmentaria, como es, en el fondo, toda biografía, y que va tejiendo un pequeño retículo de nombres, que es la red, la tela, en la que se incuba la poesía y donde ella, de un modo u otro, persiste.







miércoles, 8 de abril de 2026

Andrea Zanzotto, Elegía pascual

 Andrea Zanzotto, “Elegía pascual”, en Dietro il paesaggio, 1951.

Pascua ventosa que subes a los crucifijos
con toda tu palidez desesperada,
¿dónde está el crudo preludio del sol?
¿y la rosa, la vaga profecía?
De los huertos de mármol
llega el cordero flagelado
a pacer escasa primavera
e ilumina los males de los muertos
pascua ventosa que los males vuelves más agudos.
Y si es verdad que oprimido me acomodaron
en este tiempo vacío
para la exaltación del mañana
he deseado tanto
esta guirnalda de viento y de sal
estas laderas que calmaron
mi cuerpo herida de cristal:
he consumido purísimo pan.
Fiebres discretas agrietan la luz
de todas las pendientes de la pascua,
desangran el vino gélido del odio;
es mía esta inquieta
Jerusalem de nieve residual,
el maquillaje se acumula en las
habitaciones en las jaulas abiertas
donde grandes pájaros incubaron
colores de huevos y de rosados regalos,
y el cielo y el mundo es el indigno sacrario
de los propios leves silencios.
Crucificada en los rayos últimos está la sombra
las bocas no son más que sangres
los corazones no son más que nieve
las manos son imágenes
enfermas de la noche
que tranquilas víctimas guarda en su seno.
Elegia Pasquale
Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti
pasqua ventosa che i mali fa più acuti.
E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane.
Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
Gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.
Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.
Andrea Zanzotto (Pieve del Soligo, 1921 - Conegliano, 2011)

martes, 23 de diciembre de 2025

Queda un cuerpo.... por Diego Di VIncenzo (II)

 𝗤𝘂𝗲𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗰𝘂𝗲𝗿𝗽𝗼, 𝗱𝗲 𝗗. 𝗕𝗲𝗻𝘁𝗶𝘃𝗲𝗴𝗻𝗮.

𝗖𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮𝗰𝗶𝗼́𝗻
𝗖𝗹𝗮𝘀𝗲 𝟮. 𝗣𝗮𝘀𝗼𝗹𝗶𝗻𝗶 𝗲𝗻 𝗹𝗼𝘀 𝗮𝗻̃𝗼𝘀 𝗰𝗶𝗻𝗰𝘂𝗲𝗻𝘁𝗮


Por Diego Di Vincenzo

1.
Diego propone leer los años cincuenta en Pasolini como un período de formación decisivo, al que el propio Pasolini denominará retrospectivamente “gramsci-continismo”. Se insiste en que no se trata de una etapa preparatoria ni de un momento superado, sino del punto en el que se fijan los principios estéticos, políticos y filológicos que organizan toda la obra posterior. Así, los cincuenta aparecen como el laboratorio en el que se define un modo singular de intervenir en la tradición literaria italiana, combinando rigor filológico, experimentación poética y una lectura política de la lengua.
2.
La clase reconstruye con precisión el trabajo crítico y filológico desplegado durante esta década, tanto en revistas como Officina como en proyectos editoriales de gran escala. Poesia dialettale del Novecento (1952) y Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare (1955) son leídos como intervenciones deliberadas sobre el canon, orientadas a restituir tradiciones subalternas y a cuestionar la jerarquía lingüística dominante.
Se subraya que los extensos prólogos de estos volúmenes, reunidos luego en Passione e ideologia (1960), anticipan una tensión que atravesará toda la obra pasoliniana: la imposibilidad de separar experiencia histórica y forma literaria, pasión vital y elaboración crítica.
3.
El “continismo” pasoliniano se entiende a partir de una concepción precisa de la filología, desarrollada por Gianfranco Contini, el gran filólogo piamontés formado en estudios clásicos y en filología románica, y figura central de la crítica estilística del siglo XX. Leer, en este marco, no consiste en explicar un texto desde afuera ni en fijarlo como objeto cerrado, sino en seguir sus movimientos internos, sus correcciones, sus desplazamientos y sus impurezas. En ese sentido, la lectura activa que propone implica reconstruir el texto como proceso histórico, atendiendo a la materialidad de la lengua y a las decisiones formales que inscriben en ella conflictos culturales y sociales. Esta filología se organiza alrededor de las tensiones que atraviesan la escritura. Trabajar sobre variantes, estratos y discontinuidades permite mostrar que la lengua literaria nunca es homogénea, sino que acumula tiempos, registros y usos sociales en conflicto. En este punto, la concepción continiana converge con las reflexiones de Mijaíl Bajtín y Valentín Volóshinov, según Diego, para quienes la lengua es un territorio atravesado por fuerzas ideológicas, y todo signo verbal porta acentos en disputa. La lectura activa no estabiliza significados: expone las voces en fricción que habitan el texto. La amplitud del arco que va de Dante a Carlo Emilio Gadda resulta decisiva para Pasolini porque habilita una noción de tradición no patrimonial ni acumulativa. En Gadda, la proliferación de registros, la mezcla de cultismos, tecnicismos y dialectos, y la densidad intertextual llevan al límite esta concepción: leer exige sostener la complejidad del lenguaje sin reducirla. La dificultad no es un obstáculo, sino el modo mismo en que el texto produce sentido. Gadda funciona así como prueba extrema de una filología que solo puede operar activando todos los estratos de la lengua. Este modo de leer se inscribe, también y por último, en diálogo con la romanística alemana de Erich Auerbach. En Mímesis, la filología se concibe como una práctica capaz de pensar las formas literarias en su vínculo con la experiencia histórica concreta. En Erich Auerbach, la lectura filológica sigue apostando a una comprensión histórica de las formas de representación, aun cuando esa comprensión se construya por escenas discontínuas, cortes y variaciones de escala, sin clausura sintética ni sistema cerrado. Pasolini retoma ese gesto, pero lo desplaza: la lectura activa ya no se orienta a sostener una inteligibilidad histórica posible, sino a dejar expuesto un campo tensionado, hecho de restos, injertos y capas que permanecen en fricción. La divina mímesis transforma esa inflexión en procedimiento de escritura: la filología se vuelve forma, y la lectura se inscribe como práctica que trabaja con la discontinuidad, la superposición y la persistencia de lo inconcluso.
4.
Escribe Diego que la adopción del friulano como lengua poética se inscribe en un momento temprano de su trayectoria y responde a una decisión estética y política deliberada. En efecto, entre 1942 y 1954, Pasolini escribe y publica poesía en dialecto friulano en libros como Poesie a Casarsa (1942), La meglio gioventù (1954) y en diversos textos reunidos luego en La nuova gioventù, volumen que, no casualmente, aparece dedicado a Gianfranco Contini. En el contexto del fascismo y de sus políticas monolingües, el uso del dialecto no constituye un repliegue identitario ni un gesto folclorizante, sino una intervención consciente sobre la lengua literaria dominante y sobre el régimen cultural que la sostiene.
La escritura en friulano mantiene, además, un diálogo explícito con la gran tradición poética europea, en particular con Dante, la lírica provenzal y la poesía moderna, de modo que la lengua subalterna se convierte en un espacio de experimentación formal y de resistencia cultural. El dialecto no funciona como exterioridad arcaica, sino como lugar de fricción entre historia, forma y conflicto social: una lengua marcada por la marginalidad que, al ser trabajada con rigor filológico, se vuelve capaz de disputar los criterios mismos de legitimidad literaria.
5.
Taambién se retoma la oposición continiana entre Dante y Petrarca para mostrar cómo Pasolini adopta una concepción impura de la literatura. Petrarca encarna la depuración lingüística y la clausura formal; Dante, en cambio, representa el plurilingüismo radical y la mezcla de registros, saberes y lenguas.
La apropiación pasoliniana de Dante se lee como una toma de posición estética contra toda idea de pureza estilística y como la base de una literatura capaz de absorber la heterogeneidad social de su tiempo.
6.
Diego subraya una hipótesis central sobre el estatuto del yo en la Commedia: un yo que funciona de manera simultánea como figura históricamente situada y como instancia capaz de sostener una experiencia de alcance general. Ese yo no aparece dado de antemano, sino que se va construyendo en el recorrido del poema, en el cruce entre desplazamiento, relato, observación y datación de la experiencia. La primera persona dantesca se define así como una forma en proceso, ligada a una aventura vital y cognitiva que se despliega en el tiempo.
En la lectura que Diego retoma de Gianfranco Contini, esta duplicidad del yo se explica a partir de la coexistencia de dos escalas que se condicionan mutuamente: la de la anécdota concreta y la de la ley general, comparación que Contini formula recurriendo a Marcel Proust. Esa referencia permite pensar un yo que se constituye en el movimiento mismo de la escritura, a partir de la articulación entre memoria, experiencia y forma, y que resulta decisiva para comprender el modo en que La Divina Mímesis reinscribe el modelo dantesco en una temporalidad histórica marcada por la fragmentación y la pérdida de continuidad.
7.
El llamado “gramsci-continismo” puede leerse como una articulación precisa entre filología y política, en la que la reflexión sobre la lengua se desplaza hacia el terreno de la intervención cultural. El Gramsci que interesa a Pasolini es el que concibe el lenguaje como problema de hegemonía y lo nacional-popular como una tarea abierta, formulada en condiciones de escritura y circulación marcadas por la posguerra italiana. En ese marco, la publicación de los Cuadernos de la cárcel constituye una operación decisiva: su organización responde a un programa editorial que “interviene sobre el proceso mismo de escritura de esos documentos” y los dispone según un orden temático-político que fija una determinada imagen de Gramsci.
Ese proceso fue impulsado y administrado por Palmiro Togliatti desde el Partido Comunista Italiano, en tanto responsable de un dispositivo de edición que convirtió esos materiales en instrumento de intervención cultural, al punto de configurarlos como “una suerte de Biblia del proyecto político del Partido Comunista Italiano” (p. 47). La mediación continiana resulta clave para leer esa operación: permite abordar los textos gramscianos como un archivo problemático, atravesado por tensiones entre lengua, política y forma, más que como un sistema doctrinario cerrado. En esa línea, Pasolini no adopta una filosofía de la praxis en sentido estricto, sino que desplaza el problema hacia una filología de la praxis, donde el análisis del lenguaje se vuelve una vía crítica para interrogar los procesos de homologación cultural y las condiciones históricas de producción del sentido.
8.
La lección dantesca se prolonga en Boccaccio y reaparece en la obra pasoliniana de los años setenta, especialmente en Il Decameron. La mezcla de registros y voces se vuelve principio constructivo de una literatura situada deliberadamente en los márgenes.
Desde esta perspectiva, la concepción pasoliniana de la literatura se aproxima a lo que más tarde se formulará como literatura menor, en la medida en que lengua, historia y política resultan inseparables.
9.
También se analiza la resignificación pasoliniana de figuras y expresiones dantescas, como el veltro o la “humilde Italia”, para mostrar cómo, en la poesía de los cincuenta, esa Italia aparece asociada a la pobreza, la subalternidad y la fragilidad de las formas de vida populares.
El veltro, figura profética del canto I del Inferno de Dante Alighieri, pierde en Pasolini toda función redentora: ya no anuncia una salida histórica, sino que señala el agotamiento de toda promesa de restauración. La “humilde Italia” deja de ser horizonte de redención para convertirse en espacio de constatación de la dominación económica y la homologación cultural.
10.
El proyecto estético configurado en los años cincuenta articula una filología operativa, una política cultural atenta a la subalternidad y una poesía civil atravesada por la tensión entre cuerpo y programa. Estos elementos no se suman, sino que se condicionan mutuamente.
Desde esta lectura, para Diego, La Divina Mímesis aparece como el punto en el que filología, crítica, archivo y experiencia histórica dejan de distinguirse con claridad, revelando que lo que en los cincuenta se formula como proyecto, en la obra tardía se vuelve forma problemática y persistente.